Le nuove regole europee sulle batterie degli smartphone stanno tornando al centro del dibattito con l’avvicinarsi del 17 febbraio 2027, data fissata per la loro applicazione. Nelle ultime settimane si è diffusa l’idea che i produttori saranno obbligati a riportare sul mercato telefoni con cover removibile e batteria estraibile a mano, come accadeva anni fa. Una lettura più attenta del testo porta invece verso uno scenario diverso. Il regolamento europeo punta soprattutto a durata, riparabilità e smaltimento più semplice, senza imporre in modo automatico il ritorno ai vecchi modelli di smartphone.
L’obiettivo dell’Unione Europea è chiaro: ridurre l’impatto ambientale delle batterie e spingere i produttori verso dispositivi costruiti con criteri più solidi sul piano della sostenibilità. In questo quadro, la batteria “sostituibile” non coincide per forza con quella che si rimuove con le dita in pochi secondi. La definizione scelta da Bruxelles è più tecnica e lascia spazio a soluzioni progettuali che restano vicine agli standard attuali del mercato.
La batteria sostituibile non è quella dei vecchi telefoni
Il punto da cui nasce molta confusione riguarda proprio il significato di batteria rimovibile. Secondo la normativa europea, una batteria può essere considerata removibile dall’utente quando può essere estratta senza strumenti specializzati, senza solventi e senza calore. Questo passaggio cambia parecchio la prospettiva, perché uno strumento comune come un cacciavite non viene trattato allo stesso modo di un’attrezzatura proprietaria o difficile da reperire.
Di fatto, la norma non dice che ogni smartphone dovrà avere una cover posteriore sganciabile. Dice piuttosto che l’utente non deve trovarsi davanti a barriere tecniche eccessive per arrivare alla batteria, almeno nei casi previsti dal regolamento. È una differenza importante, perché separa la nostalgia per i telefoni del passato dalla reale impostazione scelta dall’UE, che appare molto più legata a criteri tecnici che a una rivoluzione estetica.

Il nodo vero è il calore usato per aprire gli smartphone
Uno degli aspetti più delicati riguarda l’uso del calore durante la rimozione della batteria. Molti smartphone recenti richiedono infatti un intervento di questo tipo per ammorbidire adesivi e componenti fissati all’interno della scocca. In una lettura rigida della norma, questa caratteristica rischia di far uscire parecchi modelli dai parametri richiesti.
È il caso di dispositivi moderni citati spesso in questi giorni, come Google Pixel 10 o Samsung Galaxy S26, che seguono una costruzione ormai molto diffusa nell’industria. La presenza di colle, chiusure compatte e certificazioni contro polvere e acqua rende l’accesso interno più complesso rispetto al passato. Proprio qui entra in gioco il secondo livello della normativa, quello che cambia il senso generale della discussione.
Il regolamento, infatti, non si limita a valutare la facilità di rimozione. Considera anche la durabilità della batteria nel tempo, aprendo una via alternativa per i produttori che non adottano una struttura facilmente apribile dall’utente.
Conta la durata nel tempo più della cover removibile
La normativa europea prevede che la batteria di uno smartphone mantenga almeno l’83% della capacità dopo 500 cicli di ricarica completi e almeno l’80% dopo 1.000 cicli. A questo si aggiungono altri requisiti, tra cui livelli di protezione come la certificazione IP67 o superiore. In sostanza, se un dispositivo garantisce prestazioni elevate e lunga tenuta, può risultare conforme anche senza offrire un accesso immediato alla batteria.
Questo dettaglio cambia parecchio il quadro. Molti modelli già in commercio, inclusi vari Google Pixel degli ultimi anni, rientrano già in questi valori. Per questo non appare affatto scontato che i produttori debbano ripensare da zero il design dei telefoni. Più realistico immaginare una corsa verso batterie più affidabili, materiali migliori e una qualità generale più alta.
Solo nei casi in cui quei livelli di durabilità non vengano raggiunti, il produttore dovrebbe facilitare la rimozione della batteria, così da permettere al consumatore di intervenire in autonomia per sostituzione o smaltimento. Resta uno scenario possibile, ma al momento sembra lontano dalla fascia più alta del mercato Android, che già oggi si muove dentro standard elevati.
La svolta europea, quindi, non sembra destinata a riportare i telefoni al 2010. Il cambiamento potrebbe essere meno visibile all’esterno, ma più incisivo sul piano pratico: batterie più longeve, smartphone costruiti per durare di più e un rapporto meno fragile tra prestazioni, riparazione e sostenibilità.
