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Intelligenza Artificiale

Gemini cambia le regole per le immagini AI: il watermark visibile diventa opzionale

Google Gemini
Foto rafapress © 123RF.com

Google ha deciso di modificare il modo in cui vengono contrassegnati i contenuti realizzati attraverso Gemini. Il watermark visibile applicato alle creazioni generate dall’intelligenza artificiale diventa facoltativo, almeno nei Paesi in cui le norme consentono questa possibilità.

La novità permette di ottenere immagini dall’aspetto più pulito, senza rinunciare completamente agli strumenti dedicati alla trasparenza. Anche eliminando il simbolo riconoscibile a occhio nudo, infatti, Google continuerà a inserire nei file sistemi di identificazione meno evidenti, come SynthID e i metadati C2PA.

Il watermark visibile di Gemini potrà essere rimosso

Fino a questo momento, i contenuti prodotti tramite gli strumenti generativi di Gemini venivano accompagnati da un segno grafico facilmente riconoscibile. Il sistema non riguarda soltanto le immagini create con Nano Banana, ma anche video e contenuti musicali ottenuti attraverso le funzioni AI dell’azienda.

Con il nuovo approccio, il watermark visibile non sarà più necessariamente presente nel risultato finale. Dove la funzione sarà disponibile, l’utente potrà disattivarlo tramite un apposito controllo, senza dover modificare successivamente il file.

Si tratta di un cambiamento importante soprattutto per chi utilizza le creazioni di Gemini all’interno di presentazioni, progetti grafici, contenuti promozionali o produzioni destinate ai social network. La presenza di un simbolo sovrapposto può infatti interferire con la composizione visiva e rendere necessario un ulteriore intervento di modifica.

La rimozione del marchio, tuttavia, non trasforma il contenuto in un file privo di qualsiasi indicazione sulla sua origine artificiale.

Perché Google ha cambiato strategia

Un watermark collocato in una zona visibile dell’immagine può essere eliminato con relativa facilità. In molti casi è sufficiente ritagliare leggermente il contenuto oppure intervenire con un programma di fotoritocco. Proprio questa semplicità avrebbe ridotto l’efficacia del sistema utilizzato fino a oggi.

Il marchio poteva inoltre spingere gli utenti a modificare il file soltanto per ottenere un risultato graficamente più pulito. Google ha quindi scelto di offrire direttamente questa possibilità, evitando passaggi aggiuntivi e lasciando maggiore libertà a chi adopera i suoi strumenti creativi.

La nuova impostazione avvicina l’azienda al comportamento seguito da altre grandi realtà del settore, che generalmente non applicano un watermark visibile ai contenuti generati. La trasparenza viene affidata soprattutto a tecnologie incorporate nel file, pensate per essere rilevate da sistemi specifici senza condizionare la resa estetica.

SynthID continuerà a identificare i contenuti AI

La vera novità riguarda esclusivamente il contrassegno immediatamente riconoscibile. Google continuerà a utilizzare SynthID, la tecnologia progettata per inserire una firma non percepibile dall’occhio umano nei contenuti realizzati con l’intelligenza artificiale.

Questo marcatore può essere analizzato attraverso strumenti compatibili per verificare la possibile provenienza di un’immagine, di un video o di un altro contenuto. La sua presenza consente quindi di conservare un livello di tracciabilità anche quando il tradizionale simbolo grafico viene disattivato.

Nei file resteranno inoltre i metadati basati sullo standard C2PA, utilizzati per fornire informazioni sulla provenienza e sulle trasformazioni subite dal contenuto. Google punta così su una combinazione di elementi invisibili o comunque non invadenti, capace di preservare l’aspetto dell’opera senza cancellare ogni collegamento con lo strumento che l’ha prodotta.

La rimozione del watermark visibile non deve quindi essere confusa con l’eliminazione di SynthID. Le due soluzioni svolgono funzioni simili dal punto di vista della trasparenza, ma operano in maniera diversa: la prima comunica immediatamente l’origine artificiale a chi guarda, mentre la seconda richiede una verifica tecnica.

La funzione non sarà disponibile ovunque

La possibilità di nascondere il watermark dipenderà anche dalle regole applicate nei diversi territori. Nei Paesi in cui la normativa impone un contrassegno visibile sui contenuti generati dall’AI, l’opzione non potrà essere utilizzata.

Google dovrà quindi adattare il funzionamento di Gemini alle disposizioni locali. Alcuni utenti potranno scegliere liberamente se mantenere il simbolo, mentre altri continueranno a visualizzarlo automaticamente sulle proprie creazioni.

Questo limite evidenzia quanto il tema dell’identificazione dei contenuti artificiali sia ormai legato anche alle decisioni dei legislatori. Le aziende devono trovare un equilibrio tra libertà creativa, qualità del risultato e necessità di rendere riconoscibile ciò che viene prodotto da un modello generativo.

Cosa cambia concretamente per gli utenti

Per chi usa Gemini, il vantaggio principale consiste nella possibilità di ottenere contenuti pronti per essere utilizzati senza ritagli o modifiche successive. Le immagini potranno essere inserite più facilmente in progetti grafici e pubblicazioni mantenendo intatta la loro composizione originale.

Allo stesso tempo, la provenienza non verrà completamente nascosta. SynthID e i metadati C2PA continueranno a offrire strumenti di verifica, spostando l’attenzione dal semplice simbolo visibile a sistemi più discreti.

Google sceglie quindi una soluzione intermedia: maggiore controllo per gli utenti, ma senza abbandonare le tecnologie sviluppate per riconoscere i contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale.

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