Segni di attività biologica su Marte? La risposta rimane prudente, ma il quadro si chiarisce. La NASA ha illustrato in conferenza stampa un lavoro uscito su Nature che sintetizza un anno di analisi su una roccia raccolta dal rover Perseverance.
Gli indizi minerali osservati rimandano a processi che, sulla Terra, spesso derivano dall’azione microbica in presenza d’acqua. Non è una prova di vita, è un possibile segnale di antichi microbi. E riguarda un’epoca remota, quando il Pianeta Rosso ospitava fiumi e laghi.
Cheyava Falls: tanti indizi su una roccia
La roccia, battezzata Cheyava Falls, è stata individuata sopra depositi di fango consolidato nel letto di un antico corso d’acqua del cratere Jezero. Il contesto ambientale è coerente con un passato umido e temperato, compatibile con ecosistemi microbici.
Gli scienziati hanno notato motivi leopardati: zone scure bordate da regioni interne più chiare. Strutture simili, sulla Terra, compaiono talvolta in ambienti sedimentari influenzati da processi biologici.
All’interno sono presenti anche granelli sub-millimetrici, paragonabili per dimensione al seme del papavero, in cui è stata riconosciuta vivianite, un fosfato di ferro. Questo minerale, sul nostro pianeta, si forma di frequente in laghi d’acqua dolce, estuari e paludi, laddove sedimenti e materia organica interagiscono.
Cosa dicono i minerali e perché servono conferme
Il team guidato da Joel Hurowitz ha spiegato che, in scenari terrestri, i microbi che consumano materia organica possono generare come sottoprodotto proprio i minerali osservati. In altre parole, i pattern e la vivianite potrebbero essere compatibili con biofirme.
La stessa squadra, però, ha chiarito che fenomeni inorganici potrebbero produrre strutture simili, anche se con maggiore difficoltà. La conclusione è netta: ipotesi suggestiva, ma servono ulteriori verifiche indipendenti.
Anche per questo, nel dibattito scientifico si ricorda spesso la cautela espressa da Carl Sagan: per sostenere ipotesi eccezionali occorrono evidenze di pari livello. Gli indizi di Cheyava Falls sono coerenti con un’interpretazione biologica antica, ma non la dimostrano.
Perseverance, i campioni e la partita del ritorno a Terra
Perseverance è atterrato a Jezero nel febbraio 2021 con l’obiettivo di investigare i sedimenti lacustri e fluviali. Le prime fasi di missione hanno dato risultati meno ricchi del previsto sul fronte organico, ma l’individuazione di Cheyava Falls ricompensa anni di ricerca e rilancia l’interesse per l’area.
Il rover ha perforato l’argilla e immagazzinato il materiale in un contenitore, accanto ad altri 27 campioni raccolti finora. L’analisi in laboratori terrestri consentirebbe test molto più sensibili e discriminanti tra processi biologici e alternativi.
Questa prospettiva si era legata alla missione Mars Sample Return, un’architettura complessa pensata per riportare i campioni sulla Terra. Il progetto, però, è stato fermato a causa di costi lievitati fino a 11 miliardi di dollari. In assenza del rientro a Terra, le interpretazioni dovranno poggiare su ciò che gli strumenti in situ e le future missioni potranno estrarre.
Il valore scientifico resta alto. Dimostrare che la vita non è un’esclusiva terrestre cambierebbe la prospettiva cosmica: il nostro pianeta diventerebbe un caso fra molti, in una galassia di mondi dove la chimica dell’acqua e il tempo geologico potrebbero aver prodotto esiti analoghi. Ogni nuovo indizio, soprattutto se ancorato a minerali in contesti sedimentari, riduce l’ambiguità e orienta i modelli. Ma il verdetto, per essere definitivo, richiede prove robuste.

