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T.rex, scoperta sorprendente: la sua temperatura somigliava alla nostra

T.rex
Foto moufau © 123RF.com

Il T.rex continua a raccontare la propria storia attraverso ciò che ha lasciato nel terreno. Dopo decenni dedicati alla ricostruzione del suo aspetto, delle dimensioni e delle abitudini, l’attenzione si sposta ora su un elemento invisibile: il calore prodotto dal suo organismo.

Un’analisi condotta su alcuni denti ha permesso di ottenere una stima vicina ai 36,3 °C, paragonabile a quella di numerosi animali moderni capaci di generare calore internamente. Il risultato rafforza l’idea di un grande predatore attivo e adattabile, con una fisiologia più complessa rispetto alla vecchia immagine dei dinosauri come enormi rettili lenti.

Lo smalto conserva una traccia del calore

Per risalire a una caratteristica biologica scomparsa da milioni di anni, i ricercatori hanno esaminato tre reperti dentali provenienti dalla formazione di Hell Creek, nel Montana. Due appartenevano allo stesso esemplare giovane, che in vita superava già le tre tonnellate. L’ultimo proveniva da un animale diverso. Il campione appare ridotto, eppure ha offerto informazioni difficili da ricavare dalle sole ossa.

La chiave si trova nello smalto, dove sono rimasti imprigionati isotopi del carbonio e dell’ossigeno. La disposizione di queste particelle cambia in relazione al livello termico presente durante la formazione del minerale. Attraverso una tecnica di paleotermometria isotopica, gli studiosi hanno quindi trasformato ciascun dente in una sorta di registratore naturale, custodito da approssimativamente 66 milioni d’anni.

Il procedimento consente di guardare oltre la forma del fossile. Invece di descrivere soltanto mascelle, muscoli o forza del morso, permette di avvicinarsi al funzionamento dell’organismo quando l’animale era vivo. Proprio qui risiede la portata della ricerca: un piccolo frammento mineralizzato può restituire un dato legato alla fisiologia di uno dei predatori più celebri della preistoria.

Un valore vicino a quello di molti animali attuali

Le misurazioni hanno indicato una media di 36,3 °C, con un margine di circa 2,5 gradi in più o in meno. Un numero simile a quello degli elefanti e poco distante dai valori umani. Il confronto comprende inoltre emù e struzzi, collocati in un intervallo paragonabile. Queste analogie suggeriscono un corpo capace di mantenere un livello termico elevato.

Per capire se quel risultato dipendesse dal clima del Cretaceo, l’indagine ha coinvolto cinque denti appartenuti a coccodriliformi dello stesso territorio. In questo caso la media si è fermata a 30,9 °C, con un’incertezza di 2,6 gradi. La differenza separa nettamente il grande dinosauro dagli animali ectotermi che condividevano il suo ambiente.

Un ulteriore riferimento arriva dai molluschi fossili recuperati nella medesima area. Le loro conchiglie registrano soprattutto il periodo più caldo dell’anno e indicano una media ambientale intorno ai 25,9 °C. Il corpo del tirannosauro raggiungeva dunque valori superiori sia a quelli esterni sia a quelli dei vicini coccodriliformi. Il clima, da solo, spiega soltanto una parte minima del risultato.

Cosa cambia nell’immagine del T.rex

Questi valori rafforzano l’idea di un metabolismo endotermo in una parte dei dinosauri teropodi. In termini semplici, l’organismo avrebbe generato da sé molta dell’energia termica utile a restare attivo. Questa capacità avrebbe favorito movimenti, caccia e adattamento anche in aree meno miti rispetto ai territori solitamente associati al T. rex.

Il dato apre infatti una prospettiva geografica più ampia. Inserendo il valore ottenuto in un modello climatico, un’ampia fascia del continente nordamericano durante l’ultima parte del Cretaceo risulta compatibile con il grande predatore. Tra gli spazi adatti compaiono anche regioni fredde situate a latitudini elevate. Le scoperte attuali potrebbero così coprire una frazione del territorio realmente accessibile alla specie.

La capacità di conservare un corpo caldo offriva un vantaggio importante. Un animale meno dipendente dalle oscillazioni esterne poteva affrontare ambienti differenti e ampliare il proprio raggio d’azione. La scoperta aggiunge quindi un nuovo tassello al ritratto del tirannosauro: oltre alla potenza fisica, emerge una possibile flessibilità fisiologica capace di accompagnarlo in condizioni climatiche diverse.

Un indizio solido che richiede prudenza

Il risultato mantiene alcuni margini di incertezza. La ricerca riguarda soltanto tre elementi dentali, ricavati da due animali: una base ancora limitata per descrivere l’intera specie e attribuire a ogni esemplare lo stesso valore.

Anche la mole del Tyrannosaurus rex incide sull’interpretazione. Un corpo gigantesco disperde lentamente l’energia accumulata; la massa, tramite un effetto noto come inerzia termica, favorisce quindi la conservazione del calore. Di conseguenza, un livello elevato rappresenta un forte segnale, mentre la ricostruzione completa del metabolismo richiede ulteriori elementi.

La novità resta comunque rilevante. In questa occasione lo smalto ha fornito una stima diretta del calore corporeo di questo dinosauro, trasformando una lunga discussione in un dato misurabile. Il T. rex appare sempre più lontano dal modello del rettile passivo tramandato per molti anni e più vicino a un predatore dinamico, capace di abitare una porzione del continente forse molto più vasta di quella documentata dai fossili.

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