Per anni gli studi dedicati a Marte si sono concentrati sulla ricerca di indizi che aiutassero a comprendere il comportamento della sua atmosfera, lasciando irrisolta la domanda sulla presenza di scariche elettriche.
Ora, grazie ai microfoni installati sul rover Perseverance, è emersa una sequenza di segnali che cambia il quadro generale: audio e interferenze indicano che sul Pianeta Rosso potrebbero formarsi fulmini, un elemento ipotizzato da tempo ma mai documentato con strumenti in superficie. L’analisi pubblicata da un gruppo dell’Istituto di Ricerca in Astrofisica e Planetologia di Tolosa porta quindi un tassello nuovo alla conoscenza dell’ambiente marziano.
I primi indizi rilevati dal rover
Le registrazioni provenienti da SuperCam, uno degli strumenti più versatili del rover, hanno mostrato tracce acustiche riconducibili a fenomeni elettrici. Finora nessuna missione era riuscita a catturare prove dirette, malgrado la presenza di vasti depositi di polvere finissima e venti capaci di sollevare grandi quantità di particelle.
Sulla Terra, condizioni simili portano facilmente alla carica elettrica dell’aria attraverso l’attrito tra granelli sospinti dal vento; un meccanismo che, secondo gli studiosi, poteva verificarsi anche su Marte. Mancava però una conferma strumentale.
Le polveri sollevate dalle raffiche marziane, che in alcune regioni raggiungono intensità elevate, hanno a lungo alimentato l’idea che potessero generare fenomeni elettrici. Le sonde e i rover arrivati in passato non erano riusciti a registrare segnali affidabili. Il lavoro svolto da Perseverance, invece, ha permesso di associare suoni e interferenze a processi che ricordano quelli che producono scariche sulla Terra, aprendo così nuove piste di interpretazione.
I dati raccolti: 55 eventi e un’energia molto ridotta
Il passo decisivo deriva dall’esame di 28 ore di audio acquisito dagli strumenti del rover. All’interno di quelle registrazioni i ricercatori hanno identificato 55 episodi compatibili con attività elettrica.
Gran parte degli eventi è stata osservata durante fasi di vento molto forte; altri 16 casi, invece, sono avvenuti mentre piccoli vortici di sabbia — i cosiddetti “diavoli di sabbia” — attraversavano l’area delle misurazioni. Le firme acustiche e i segnali elettrici rilevati risultano simili a quelli associati ai fulmini nei test di laboratorio e nelle rilevazioni su Terra.
Le energie registrate, pur essendo significative, restano microscopiche rispetto ai fulmini terrestri. Nella maggior parte dei casi i valori oscillano tra 0,1 e 150 nanojoule, mentre un singolo episodio ha raggiunto i 40 millijoule, probabilmente a causa di carica accumulata sulla superficie del rover stesso. Per confronto, un fulmine terrestre scarica mediamente circa un miliardo di joule.
Le eventuali scariche marziane, quindi, non avrebbero la luminosità tipica dei lampi che siamo abituati a osservare, pur essendo rilevanti dal punto di vista fisico.
Un’atmosfera più attiva del previsto
Le nuove informazioni non costituiscono ancora la prova dell’esistenza di lampi visibili, dato che nessuna fotocamera ne ha registrato uno. Nonostante ciò, i dati suggeriscono che l’atmosfera marziana sia molto più dinamica di quanto si pensasse. Le possibili scariche elettriche potrebbero influenzare la chimica dei gas presenti, favorendo la formazione di molecole difficili da ottenere in condizioni normali e offrendo spunti utili per comprendere processi ancora poco chiari.
Questa scoperta risulta rilevante anche per chi studia la sicurezza delle future missioni con equipaggio. Le grandi tempeste di polvere, talvolta in grado di coprire l’intero pianeta, rappresentano già un problema complesso per mezzi e infrastrutture. La presenza di fenomeni elettrici aggiunge un livello ulteriore da considerare nella progettazione di habitat e sistemi di protezione destinati agli astronauti.
Il quadro complessivo, grazie ai segnali raccolti da Perseverance, mostra quindi un Marte più dinamico e ricco di fenomeni ancora da approfondire, sottolineando l’importanza di strumenti acustici e sensori avanzati nelle missioni dedicate alla ricerca scientifica sul Pianeta Rosso.

