Demogorgoni, Mind Flayer e laboratori nascosti sono l’elemento spettacolare, quello che cattura l’occhio nella serie. Dietro l’estetica horror di Stranger Things, però, si muove un’idea molto seria, che da decenni viene discussa nei dipartimenti di fisica: l’ipotesi degli universi paralleli. Una proposta teorica reale, che ha diviso gli studiosi e che oggi torna d’attualità grazie alle parole di Sean Carroll, fisico teorico della Johns Hopkins University.
Dal Sottosopra al multiverso: il legame con la meccanica quantistica
Il Sottosopra non nasce come semplice trovata narrativa. L’idea di un mondo speculare, buio e deformato, poggia sulle interpretazioni della meccanica quantistica, la teoria che descrive il comportamento delle particelle subatomiche. A quelle scale, gli elettroni e gli altri costituenti della materia si comportano in modo controintuitivo: un’unica particella può trovarsi in più stati allo stesso tempo e solo nel momento della misura assume una configurazione definita.
Per spiegare questo comportamento, la scuola di Copenaghen parla di “collasso” della funzione d’onda: una nuvola di probabilità che, nel momento dell’osservazione, si riduce a un singolo esito. Il problema è che questo collasso non compare nelle equazioni fondamentali e costringe i fisici a introdurre un passaggio speciale legato all’atto di misurare, quasi fosse un’eccezione alle regole generali.
Negli anni ’50 il fisico Hugh Everett propose un approccio alternativo, radicale proprio perché rinuncia all’idea di collasso. Nella sua visione, ogni possibile esito di un fenomeno quantistico esiste davvero. Quando avviene una misura, l’universo si “ramifica”: in un ramo il risultato è A, in un altro è B, e così via. La realtà, quindi, non sceglie un’unica strada; tutte le opzioni proseguono in rami di universo separati.
Perché tanti fisici prendono sul serio la teoria di Everett
Sean Carroll, oggi a Johns Hopkins, è tra i principali sostenitori moderni di questa interpretazione. A suo giudizio il grande vantaggio dell’ipotesi degli universi multipli è la coerenza interna: le particelle seguono sempre le stesse equazioni, senza salti concettuali tra “prima” e “dopo” la misura. Ciò che cambia è il punto in cui si trova l’osservatore, che vive in uno solo dei tanti rami possibili.
Sondaggi tra i fisici teorici mostrano che l’interpretazione di Everett non è dominante, ma occupa una posizione importante nella discussione, spesso tra le prime opzioni considerate quando si parla di fondamenti della meccanica quantistica. Non si tratta quindi di un’idea ai margini, bensì di una possibile lettura della realtà di cui molti studiosi riconoscono l’eleganza matematica.
Il nodo irrisolto riguarda la verificabilità. Se i rami dell’universo restano completamente separati, nessun esperimento permette di controllare in modo diretto la loro esistenza. È il punto su cui insistono maggiormente i critici: una teoria priva di test osservativi rischia di restare confinata al piano concettuale.
Ciò che resta di affascinante
Il Sottosopra di Stranger Things prende questa idea di ramificazione e la rende estremamente visuale. Nella serie, il mondo parallelo è una copia distorta del nostro, attraversabile da portali, lacerazioni nello spazio che collegano Hawkins a un regno oscuro popolato da creature ostili. È proprio questa possibilità di passaggio tra i mondi a rappresentare la licenza narrativa più forte rispetto alla fisica reale.
Nelle teorie degli universi multipli, infatti, i rami non dovrebbero comunicare tra loro. Nessun Demogorgone, niente Mind Flayer che filtra nel nostro quartiere, nessun laboratorio che apra varchi per errore. L’idea scientifica resta molto più sobria: ogni evento quantistico genera scenari distinti che non si ricongiungono più.
Nonostante questa distanza dalla rigorosa descrizione matematica, la serie televisiva intercetta un sentimento diffuso: l’impressione che la realtà sia più complessa e stratificata di quanto suggerisca l’esperienza quotidiana. L’idea che dietro ciò che si vede possa esistere un intreccio di mondi possibili accompagna la fisica moderna da oltre mezzo secolo, e continua a ispirare racconti, film e discussioni filosofiche.
In questo senso, il Sottosopra funziona come una metafora potente: non pretende di essere una rappresentazione fedele delle equazioni, ma mette in scena l’intuizione di fondo, quella di un cosmo che potrebbe essere ramificato in innumerevoli versioni alternative. L’immaginazione fa un passo in più rispetto alla disciplina scientifica, aggiunge varchi e mostri, mentre la fisica resta ancorata ai dati e alle previsioni che si possono verificare.
Il dialogo tra serie TV e ricerca, quindi, non consiste nel prendere Stranger Things come manuale di meccanica quantistica, bensì nel riconoscere che l’idea di universi paralleli che regge il Sottosopra ha origini reali nei lavori di Everett e nelle riflessioni di studiosi come Sean Carroll.
Tra licenze artistiche e rigore teorico, il confine resta netto, ma lo spunto che ha dato vita al mondo al di là del portale arriva da domande che i fisici si pongono da più di 1.950 anni di storia scientifica, nel lungo tentativo di capire cosa sia davvero la realtà.

