Pac-Man è passato attraverso ogni era del videogioco: dal cabinato alle console, fino agli smartphone. Ha indossato mille panni, persino il costume del battle royale e quello di star cinematografica.
L’annuncio di Shadow Labyrinth ha però stupito tutti: l’icona gialla diventa l’antagonista di un action-adventure cupo, vicino ai canoni metroidvania più moderni. A un mese dal debutto commerciale, la prova estesa conferma che non si tratta di un semplice esercizio promozionale.
Dietro al progetto spunta un design robusto, capace di mettere a nudo un volto inatteso della mascotte Bandai Namco, dimostrando che l’eroe nato nel 1980 ha ancora parecchie “vite” da spendere.
Un eroe giallo che cambia pelle
La narrativa gioca con il passato senza adagiarsi sui ricordi. Il celebre globulo giallo si trasfigura in PACC, entità famelica che detta una sola legge: “Mangiare o essere mangiati”. Il giocatore controlla invece un guerriero incappucciato costretto a eseguire i suoi ordini.
I filmati d’apertura si tengono sul vago, alimentando curiosità sul legame fra servo e padrone. Questa torsione tematica, in netto contrasto con la consueta aura spensierata di Pac-Man, imprime al titolo un’identità precisa già nei primi minuti: i corridoi color pastello lasciano spazio a gallerie torbide, attraversate da luci rosse intermittenti e graffiti che invocano la sopravvivenza del più forte.
Level design: il labirinto prende vita

Il mondo di gioco si compone di aree interconnesse che ricordano un grande mosaico verticale e orizzontale. La Terra dei Fuggitivi, sezione iniziale, è una miniera stratificata da cui si dipartono cunicoli multipli, ponti sospesi e passaggi segreti.
Blocchi rocciosi da far rotolare su pareti fessurate rivelano stanze nascoste; in altri punti serve innescare una reazione a catena sfruttando due massi consecutivi, mentre una distesa di spuntoni obbliga a calcolare con precisione la traiettoria di salto.
Il secondo segmento, la Base del Fronte, rovescia l’atmosfera: ascensori a vuoto d’aria, teletrasporti olografici e terminali che richiedono chiavi digitali ricordano l’estetica sci-fi di certi capitoli di Metroid.
Una mappa dettagliata, richiamabile in qualsiasi momento, mostra le zone esplorate e quelle ancora avvolte dall’oscurità, riducendo il backtracking superfluo e agevolando la ricerca di scorciatoie.
Meccaniche di gioco fra velocità e strategia
Shadow Labyrinth alterna sezioni platform in pieno stile arcade a combattimenti frenetici. Durante le fasi “classiche” si assume il controllo diretto di PACC, limitato a spostamenti orizzontali su binari cosparsi di pepite dorate.
Il salto segue curve paraboliche modulabili con lo stick sinistro: padroneggiare l’angolazione diventa fondamentale per evitare lame circolari e barriere laser che puniscono ogni esitazione. Il ritmo è serrato, ma la fretta è cattiva consigliera: un game over comporta la ripetizione dell’intera porzione di livello, rendendo la calma un’alleata preziosa.
Sul fronte offensivo il protagonista incappucciato dispone di una spada capace di concatenare tre colpi e di un singolo slot riservato a mosse speciali.
Molto più vario è il ventaglio difensivo. Il parry stordisce gli avversari ma apre la guardia contro raffiche estese; lo scudo annulla i danni fino a esaurimento della risorsa PSE; la schivata con ampi i-frame rimane spesso l’opzione più sicura, specialmente quando la stanza si riempie di creature grottesche che continuano a rigenerarsi.
In extremis basta premere simultaneamente gli analogici per fondersi con PACC ed attivare la modalità G.A.I.A.: un mech temporaneamente invulnerabile, devastante finché la stessa barra PSE non si svuota.
Boss fight: un confronto d’acciaio e pixel

Il climax della demo arriva con G-HOST Laia, reinterpretazione in chiave robotica del fantasmino rosa. Le appendici meccaniche attorno allo chassis fungono sia da scudo sia da arma e possono essere disattivate con parry ben temporizzati, concedendo una finestra per colpire il nucleo centrale.
L’incontro richiede di dosare in tempo reale le tre forme di difesa: parare un laser non è come deviare un pugno meccanico, e lo scudo prosciuga rapidamente la riserva energetica.
Pochi minuti dopo, un salvataggio avanzato mostra una battaglia ancora più spettacolare contro un abominio volante, occasione perfetta per testare abilità sbloccabili come proiettili di energia a ricerca, barriere sferiche e bombardamenti AOE.
Il rampino ottenuto nel duello precedente torna utile per aggirare attacchi ad ampio raggio, enfatizzando la verticalità dell’arena.
Comparto visivo e animazioni: luci e ombre
Sul piano grafico l’opera alterna momenti suggestivi a sezioni meno rifinite. I boss e gli avversari standard, pur senza raggiungere le vette degli indie più blasonati, ostentano personalità grazie a colori saturi e silhouette bizzarre.
I fondali, al contrario, appaiono talvolta piatti, con texture che si ripetono e un’illuminazione che non valorizza a dovere la profondità dell’ambiente. Le animazioni del protagonista soffrono di un leggero “effetto pattinamento” nei salti, rendendo ingannevole la percezione del punto d’atterraggio.
Episodi di disallineamento fra sprite e superfici emergono soprattutto nelle fasi esplorative, minando la precisione dei movimenti. Nulla di irrisolvibile con qualche patch, ma la supervisione estetica dovrà intensificarsi per rendere giustizia al concept.
Considerazioni finali
Shadow Labyrinth dimostra coraggio nel riplasmare la creatura di Toru Iwatani in chiave oscura, mescolando retaggi arcade con la profondità verticale dei metroidvania più apprezzati.
La prova su strada lascia intravedere un level design stratificato, un sistema di combattimento che premia il tempismo e una gamma di abilità in grado di mantenere alto l’interesse fino ai titoli di coda.
Permangono alcune incertezze sul fronte estetico e una curva di difficoltà che, in determinate aree, rischia di scoraggiare i meno pazienti. Se gli sviluppatori sapranno affinare mappa, animazioni e interfaccia entro il day-one, l’esperimento potrà offrire ai veterani dell’icona gialla – e ai nuovi arrivati – un’avventura sorprendentemente matura.
