Scoperto un sistema planetario “al contrario” che sfida i modelli astronomici

pianeti

Un’architettura planetaria fuori dagli schemi mette in discussione molte certezze sulla formazione dei sistemi stellari. Attorno alla nana rossa LHS 1903 è stato identificato un assetto che contraddice l’ordine ritenuto tipico: qui i corpi rocciosi non occupano soltanto le regioni interne, mentre quelli gassosi non restano confinati nelle zone più lontane. A individuare questo sistema anomalo è stato il telescopio spaziale Cheops dell’Agenzia Spaziale Europea, nell’ambito di uno studio pubblicato sulla rivista Science e guidato dall’Università di Warwick.

La scoperta, che coinvolge anche gruppi italiani dell’Inaf, dell’Asi e delle università di Padova e Torino, introduce un elemento inatteso nello studio degli esopianeti. L’assetto osservato suggerisce un percorso di formazione diverso da quanto ipotizzato finora per sistemi simili al nostro.

Un ordine planetario che ribalta le attese

Secondo i modelli consolidati, i pianeti rocciosi si formano nelle aree più prossime alla stella, dove la radiazione intensa tende a disperdere le atmosfere leggere. Più distante, in ambienti più freddi, si aggregano i giganti gassosi, capaci di trattenere grandi quantità di idrogeno ed elio. Questo schema ha rappresentato a lungo un riferimento per interpretare l’architettura dei sistemi extrasolari.

Nel caso di LHS 1903, stella debole e fredda appartenente alla categoria delle nane rosse, la disposizione appare diversa. Il sistema conta quattro pianeti: il primo, vicino alla stella, è di natura rocciosa; seguono due corpi gassosi; all’estremità orbitale si trova un altro pianeta solido. La presenza di un corpo roccioso esterno rompe l’ordine tradizionale e impone una rilettura dei processi di formazione.

Il ruolo di Cheops e il contributo italiano

Il telescopio Cheops, lanciato nel 2019 e operativo con missione estesa fino al 2026, nasce con l’obiettivo di studiare pianeti al di fuori del Sistema Solare. I dati raccolti hanno consentito di ricostruire dimensioni, masse e configurazione del sistema attorno a LHS 1903 con precisione elevata.

All’interno del progetto, l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano. L’Istituto Nazionale di Astrofisica, l’Agenzia Spaziale Italiana e gli atenei di Padova e Torino hanno partecipato sia alla progettazione degli strumenti ottici sia all’analisi scientifica. Gaetano Scandariato, ricercatore dell’Inaf e responsabile scientifico nazionale per Cheops, ha evidenziato che la collaborazione tra enti ha rafforzato la capacità di interpretare l’architettura dei sistemi planetari e ha confermato la qualità della comunità astrofisica italiana.

Anche Manuele Gangi, referente Asi per le attività scientifiche di Cheops, ha sottolineato che i risultati consolidano il valore della missione nello studio degli esopianeti e che l’esperienza maturata offrirà un supporto significativo alle future missioni europee Plato e Ariel, alle quali l’Italia partecipa in modo attivo.

Una formazione avvenuta in tempi diversi

L’aspetto più rilevante riguarda il processo di nascita dei pianeti. Gli astronomi hanno escluso che i corpi celesti abbiano scambiato posizione dopo la formazione o che il pianeta esterno abbia perso una precedente atmosfera gassosa in seguito a una collisione. Le osservazioni indicano invece che i quattro pianeti non si siano originati nello stesso momento.

Il gruppo guidato da Thomas Wilson ha ricostruito uno scenario nel quale i pianeti si sarebbero formati in sequenza, a partire da quello più vicino alla stella. Quando l’ultimo corpo, quello più distante, ha preso forma, il sistema potrebbe avere già esaurito la maggior parte del gas disponibile, elemento ritenuto essenziale per la crescita dei pianeti. In questo contesto, la nascita di un piccolo pianeta roccioso in un ambiente povero di gas rappresenta un elemento di forte interesse scientifico.

Secondo quanto spiegato dal coordinatore dello studio, si tratterebbe della prima evidenza osservativa di un pianeta formatosi in condizioni caratterizzate da scarsità di materiale gassoso. Questo dato apre interrogativi sulla varietà dei percorsi possibili nella costruzione dei sistemi planetari e amplia il quadro teorico finora adottato.

La configurazione di LHS 1903 introduce quindi una nuova variabile nello studio delle architetture extrasolari. L’analisi dei dati di Cheops, insieme ai prossimi programmi di osservazione, potrà chiarire quanto diffusi siano sistemi con una struttura simile e quali meccanismi regolino la loro nascita.

CONDIVIDI L'ARTICOLO