Se pensavate di avere a disposizione un periodo praticamente infinito prima dell’epilogo cosmico, è tempo di rivedere l’agenda. Un team della Radboud University ha mostrato che gli astri più compatti non sono eterni: l’evaporazione quantistica li erode su scale temporali (“solo”) di 10⁶⁷–10⁷⁸ anni, molto meno dei favolosi 10¹¹⁰⁰ anni citati in passato.
Il risultato, pubblicato sul Journal of Cosmology and Astroparticle Physics, ridisegna la cronologia del futuro remoto e conferma che, pur restando immisurabilmente lontana, la fine arriverà prima di quanto immaginato.
Il tramonto degli oggetti compatti
L’indagine parte da un’ipotesi discussa già due anni fa dagli stessi autori: la lenta perdita di massa non riguarderebbe soltanto i buchi neri, ma ogni corpo dotato di densità elevata. Stelle di neutroni, nane bianche e persino grandi ammassi di galassie, grazie alla loro gravità estrema, genererebbero coppie particella–antiparticella nel vuoto quantistico circostante.
Quando una delle due sfugge al campo gravitazionale, l’altra rimane intrappolata, sottraendo energia al corpo celeste. Con il passare di epoche inconcepibilmente lunghe, il meccanismo corrode la struttura dell’astro fino a farlo svanire del tutto.
Dalla radiazione di Hawking al grande svuotamento
Nel 1974 Stephen Hawking propose che i buchi neri potessero emettere una flebile radiazione termica. Il gruppo olandese estende quel modello: secondo i loro calcoli, la curvatura dello spaziotempo basta a separare le coppie di particelle persino in assenza di un orizzonte degli eventi ben definito.
L’emissione non proviene soltanto dall’esterno; una quota nasce all’interno del corpo stesso e raggiunge la superficie, dove viene riemessa. Il ritmo di questo “svuotamento” dipende dalla densità media: maggiore è la compressione, più rapida sarà la perdita di massa.
Una nuova scala temporale per la fine di tutto
Applicando la legge di potenza ricavata, gli studiosi hanno stimato circa 10⁶⁸ anni per l’estinzione di una stella di neutroni, 10⁶⁷ anni per un buco nero stellare e 10⁷⁸ anni per una nana bianca. Poiché proprio queste ultime erano considerate le custodi di una longevità quasi illimitata, il limite massimo per la presenza della materia crolla da 10¹¹⁰⁰ a 10⁷⁸ anni.
Pur restando incommensurabilmente superiore all’età attuale dell’Universo (13,8 miliardi di anni), la revisione impone di riscrivere le tabelle cosmologiche: ogni corpo, anche il più “pacifico”, è destinato a scomparire. E prima di arrivare a quel silenzio, la nostra stella avrà già esaurito l’idrogeno — fra circa cinque miliardi di anni — spingendo la Terra oltre la zona abitabile.
Il quadro che emerge è dunque chiaro: la stabilità delle reliquie stellari è molto più fragile di quanto si ritenesse. Heino Falcke, firmatario dell’articolo, sottolinea che il momento finale resta lontanissimo, ma non così remoto come si osava sperare. Se il cosmo avesse un calendario, la data di scadenza avrebbe fatto un significativo balzo in avanti.
