Il clima terrestre stava attraversando una fase di raffreddamento naturale che avrebbe potuto preparare il terreno a una futura glaciazione. Uno studio condotto nell’Artico canadese mostra come il riscaldamento globale abbia interrotto un processo iniziato circa duemila anni fa.
La storia climatica del nostro pianeta potrebbe aver seguito una direzione molto diversa da quella osservata negli ultimi decenni. Mentre oggi gli scienziati registrano temperature sempre più elevate e una progressiva riduzione delle superfici ghiacciate, in passato alcune regioni settentrionali della Terra avevano manifestato segnali di un lento ritorno verso condizioni più fredde.
Una recente indagine scientifica ha individuato le tracce di questo fenomeno nell’Artico canadese, dove una grande distesa di ghiaccio aveva ripreso a crescere circa 2.000 anni fa. La sua avanzata è continuata per secoli, fino a quando l’aumento delle temperature registrato nel Novecento ne ha modificato il comportamento.
Secondo gli studiosi, quanto accaduto potrebbe rappresentare una dimostrazione della capacità delle attività umane di alterare i cicli climatici naturali, la cui durata si misura generalmente in migliaia di anni.
Un’antica calotta glaciale conserva le tracce del passato
La ricerca si è concentrata sulla Barnes Ice Cap, una vasta formazione ghiacciata che occupa parte dell’Isola di Baffin, nel Canada nordorientale.
Questa calotta costituisce una testimonianza dell’ultima grande glaciazione, quando enormi quantità di ghiaccio coprivano buona parte del Nord America. Con il successivo riscaldamento del clima, le superfici gelate si sono progressivamente ritirate, lasciando alcune formazioni isolate nelle zone artiche.
L’analisi della Barnes Ice Cap ha permesso di ricostruire una storia più articolata di quanto si potesse immaginare.
Dopo una lunga fase di riduzione, culminata approssimativamente 3.600 anni fa, la massa ghiacciata avrebbe ricominciato lentamente a espandersi. I primi segnali di questa ripresa risalirebbero a circa due millenni fa.
Il fenomeno suggerisce che, almeno in quella regione, le condizioni atmosferiche fossero tornate favorevoli alla conservazione della neve durante le stagioni calde.
Con il trascorrere del tempo, l’accumulo progressivo avrebbe consentito al ghiaccio di occupare superfici precedentemente libere.
I vegetali rimasti sepolti hanno permesso di ricostruire le date
Per stabilire quando la calotta avesse iniziato a espandersi, i ricercatori hanno utilizzato un particolare archivio naturale: i resti di vegetazione conservati sotto il ghiaccio.
Durante le fasi di avanzamento, la formazione glaciale aveva ricoperto muschi e altre piccole piante presenti sul terreno. Il freddo e le caratteristiche della calotta hanno preservato parte di questi materiali organici per periodi molto lunghi.
Il recente arretramento del ghiaccio ha riportato alla luce alcuni di questi resti, rendendo possibile il loro esame.
La datazione radiocarbonica ha fornito indicazioni sull’epoca in cui la vegetazione era stata ricoperta, consentendo di identificare differenti momenti dell’espansione glaciale.
In questo modo gli studiosi hanno potuto ricostruire una sequenza di eventi che copre un intervallo di circa duemila anni.
Le testimonianze raccolte indicano una crescita protratta nel tempo, seguita da un cambiamento relativamente rapido durante il secolo scorso.
Il riscaldamento del Novecento ha invertito la tendenza
Un passaggio significativo della ricerca riguarda quanto accaduto intorno al 1960.
Fino a quel periodo, secondo la ricostruzione scientifica, la calotta aveva mantenuto una tendenza generale all’espansione. In seguito, l’equilibrio fra neve accumulata e ghiaccio sciolto durante l’estate ha iniziato a modificarsi.
L’aumento delle temperature ha reso più intensa la fusione stagionale, determinando una progressiva perdita di superficie.
Gli autori collegano questa inversione all’alterazione del clima provocata dalle emissioni di gas serra associate alle attività umane.
La crescente presenza di anidride carbonica nell’atmosfera trattiene infatti una maggiore quantità di energia nel sistema climatico terrestre, facendo aumentare la temperatura media.
Di conseguenza, un fenomeno naturale che aveva richiesto molti secoli per manifestarsi è stato contrastato nell’arco di pochi decenni.
Il ruolo dell’orbita terrestre nelle grandi glaciazioni
Per comprendere la scoperta occorre considerare che il clima terrestre non rimane costante neppure in assenza delle attività industriali.
Nel corso di decine di migliaia di anni, alcuni cambiamenti nei movimenti del nostro pianeta modificano la quantità di energia solare che raggiunge le differenti regioni della superficie terrestre.
Queste oscillazioni, conosciute come cicli di Milanković, riguardano principalmente la forma dell’orbita, l’inclinazione dell’asse terrestre e il suo orientamento nello spazio.
Quando le condizioni astronomiche riducono sufficientemente il calore estivo nelle regioni settentrionali, la neve depositata durante l’inverno può resistere fino alla stagione successiva.
La ripetizione del fenomeno permette la formazione di grandi accumuli di ghiaccio che, in determinate circostanze, possono estendersi su porzioni sempre maggiori dei continenti.
Si tratta comunque di processi estremamente lenti, influenzati anche dalla composizione atmosferica, dagli oceani e da numerosi meccanismi di regolazione del clima.
Una nuova glaciazione era davvero vicina?
La scoperta non significa che la Terra fosse prossima a entrare in una fase di freddo estremo.
Gli scienziati distinguono infatti l’espansione di una singola formazione ghiacciata dall’avvio di una vera glaciazione continentale.
La crescita osservata nell’Artico canadese può essere interpretata come un possibile segnale iniziale di condizioni favorevoli all’accumulo glaciale, senza dimostrare che un nuovo periodo glaciale fosse imminente.
Le previsioni sulla successiva grande glaciazione restano legate a differenti modelli scientifici e alle condizioni atmosferiche considerate.
Inoltre, le concentrazioni attuali di gas serra potrebbero ritardare sensibilmente l’eventuale ritorno di condizioni climatiche adatte alla formazione di grandi calotte.
La ricerca offre quindi soprattutto una nuova chiave di lettura dei rapporti fra variazioni naturali e riscaldamento causato dall’uomo.
Cosa ci insegna la scoperta sul clima terrestre
La vicenda della Barnes Ice Cap mostra che l’influenza umana sul clima può risultare sufficientemente intensa da modificare fenomeni che, in condizioni naturali, procedono con estrema lentezza.
L’interruzione dell’espansione glaciale non rappresenta però una soluzione ai problemi ambientali attuali.
Lo scioglimento dei ghiacci, la crescita del livello degli oceani e l’aumento della frequenza o dell’intensità di alcuni eventi meteorologici estremi costituiscono conseguenze rilevanti del riscaldamento terrestre.
Lo studio mette soprattutto in evidenza la distanza fra i tempi dei grandi processi geologici e quelli delle trasformazioni climatiche contemporanee.
Un cambiamento iniziato circa 2.000 anni fa avrebbe lasciato spazio, durante il Novecento, a una tendenza opposta, offrendo una testimonianza concreta delle profonde modificazioni che le emissioni umane possono produrre sull’equilibrio del pianeta.



