Una piccola lastra di granito con un punto di ocra sta rivoluzionando la comprensione degli antichi Neanderthal: grazie a questa pietra dipinta, il pensiero simbolico dei nostri lontani parenti esce dall’ombra della preistoria.
A renderla eccezionale, oltre al pigmento, è un’impronta digitale impressa nel colore e datata a più di 42.000 anni fa, un segno che restituisce all’arte portatile il volto – letteralmente – di chi la creò.
Il contesto del rinvenimento
Il reperto è emerso ad Abrigo de San Lázaro, lungo il fiume Eresma nei pressi di Segovia, dove gli archeologi hanno individuato tracce degli ultimi Neanderthal europei. In quello stesso livello giacevano strumenti musteriani, confermando l’attribuzione cronologica e culturale.
Gli studiosi ritengono che la pietra fosse stata raccolta dal letto del fiume durante una delle ultime stagioni di frequentazione, quando i gruppi neanderthaliani transitavano tra i ripari rocciosi della valle.
Un volto scolpito dall’immaginazione
Per la sua forma naturale, la lastra evoca un’espressione umana: due rientranze suggeriscono gli occhi, una fessura richiama la bocca, mentre il punto d’ocra diventa un naso vermiglio capace di animare la pareidolia.
Secondo il team di ricerca, quell’unico tocco cromatico racchiude un atto di astrazione: chi lo applicò non voleva solo decorare una pietra, ma rafforzare una somiglianza riconosciuta all’istante, trasformandola in oggetto di significato condiviso.
Tecniche forensi al servizio della preistoria
Per stabilire l’origine del colore e la destinazione dell’oggetto, gli specialisti hanno realizzato una mappatura 3D ad alta risoluzione, escludendo qualsiasi funzione utilitaria come incudine o martello. Analisi a fluorescenza X e microscopia elettronica hanno rivelato che il pigmento, un’ocra fine, era stato applicato dall’esterno e non doveva nulla all’alterazione del granito.
La svolta è giunta con la fotografia multispettrale, una metodologia adattata dal Commissariato di Polizia Scientifica spagnolo: l’esperto Samuel Miralles Mosquera ha identificato un’impronta digitale invisibile a occhio nudo, successivamente analizzata dalle colleghe Carmen Sastre Barrio, Encarnación Nieva Gómez, Remedios Díaz Delgado ed Elena Ruiz Mediavilla. Il tratto, nitido e individuale, apparteneva a un uomo adulto, trasformando la pietra in testimonianza personale.
È così che archeologia, geologia e scienze forensi si sono intrecciate in uno studio pubblicato nel maggio 2025 su Archaeological and Anthropological Sciences. Il risultato apre una finestra sul mondo simbolico neanderthaliano, dimostrando che la capacità di creare immagini cariche di senso non fu appannaggio esclusivo di Homo sapiens.
