L’orbiter della NASA sta riscrivendo la scheda anagrafica di Giove. Grazie a misure di alta precisione, il diametro del pianeta risulta inferiore di 8 km rispetto ai valori accettati per oltre quarant’anni. Un numero minimo sulla carta, eppure sufficiente a ridefinire con maggiore finezza la sua forma e, di riflesso, a orientare meglio i modelli che descrivono ciò che avviene negli strati interni.
Cosa cambia con Juno
Le stime storiche risalivano all’epoca di Voyager e Pioneer. Quelle sonde, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, avevano fatto passare segnali radio attraverso l’atmosfera gioviana per ricavare la pressione del gas a quote note, un metodo chiamato radioccultazione.
L’idea è simile alla definizione del “livello zero” dei mari terrestri: si sceglie una pressione di riferimento e si misura dove cade. All’epoca, però, i passaggi utili furono appena sei in totale, una base dati preziosa ma limitata.
Con Juno, in orbita su Giove dal 2016, il quadro sperimentale si è allargato. Il team guidato da Eli Galanti del Weizmann Institute ha raccolto 13 radioccultazioni distinte, più del doppio rispetto al passato, e le ha integrate con misure accurate delle velocità dei venti sul pianeta. La combinazione di questi elementi consente di fissare con maggiore sicurezza il raggio alla pressione di 1 bar, quella tipica dell’atmosfera terrestre al livello del mare, e quindi di ricalcolare l’intero diametro.
Un pianeta più appiattito ai poli
I risultati presentati all’Europlanet Science Congress di Helsinki indicano valori aggiornati: 142.976 km all’equatore e 133.684 km ai poli. La riduzione non è identica ovunque. In corrispondenza dell’equatore si osserva una differenza di circa 4 km rispetto ai numeri tradizionali, mentre ai poli lo scarto risulta più evidente. Galanti ha sottolineato che, alla luce delle nuove misure, Giove appare più oblato di quanto si ritenesse, con un appiattimento polare leggermente maggiore.
Una variazione di pochi chilometri su un corpo tanto vasto può sembrare marginale. In realtà, nell’ambito della fisica dei pianeti gassosi, localizzare con precisione il raggio a una data pressione equivale a migliorare la “quota di riferimento” di tutti i modelli interni.
Oded Aharonson, dello stesso istituto e non coinvolto direttamente nell’analisi, ha evidenziato che conoscere esattamente dove cade quel livello aiuta a leggere meglio la struttura profonda, un territorio che resta ostico da sondare con altri strumenti. In altre parole, la differenza tra misure polari ed equatoriali fornisce indizi sulla distribuzione della massa e sulla relazione tra rotazione, circolazione dei venti e forma complessiva del pianeta.
I modelli dell’interno gioviano
Per la comunità scientifica, anche italiana, abituata a incrociare osservazioni da Terra e dati spaziali, questa revisione numerica offre un riferimento più solido. Modelli aggiornati potranno descrivere con maggior rigore lo stato del gas in profondità e le forze che scolpiscono l’ellissoide di riferimento.
A trarne beneficio saranno le ricostruzioni dell’assetto interno di Giove, dalle zone dove la pressione è paragonabile a quella terrestre fino agli strati più compressi, dove i processi fisici diventano difficili da testare in laboratorio. Juno, con il suo set di misure ampliato, dimostra così quanto l’accumulo ordinato di dati possa perfezionare anche le certezze che sembravano scolpite.

