Geoingegneria estrema: 5 milioni di tonnellate di diamanti contro il riscaldamento globale

stratosfera

La geoingegneria solare torna al centro del dibattito scientifico: un team dell’Università di Zurigo ha simulato l’immissione di polvere di diamante nella stratosfera.

Secondo le loro analisi, 5 milioni di tonnellate l’anno ridurrebbero la temperatura media globale di circa 1,6 °C, ma a un prezzo quasi incalcolabile.

Diamanti in alta quota: lo studio svizzero

Gli autori hanno costruito un modello climatico complesso che combina dinamica atmosferica e chimica degli aerosol.

Attraverso questo sistema hanno valutato sette materiali differenti – dal biossido di zolfo all’allumina – per scoprire quale riflette meglio la radiazione solare.

Le simulazioni hanno considerato sedimentazione e coagulazione: più un particolato resta sospeso senza aggregarsi, più a lungo continua a deviare il calore.

La polvere di diamante, grazie alla sua struttura regolare, ha mostrato la permanenza maggiore e il potere riflettente più elevato tra tutti i candidati.

Nei test numerici, biossido di zolfo e rutilo si sono rivelati i meno efficaci. Questi composti tendono ad agglomerarsi, cadono più in fretta e reagiscono con altre sostanze, riducendo la capacità di raffreddamento.

Costi astronomici e ostacoli tecnici

Proiettando i dati nel periodo 2035-2100, la quantità di diamante necessaria costerebbe intorno a 175 trilioni di dollari, ipotizzando 500 000 $ per tonnellata. Una cifra superiore al PIL mondiale annuale che spinge gli stessi ricercatori a definire l’idea “pura speculazione numerica”.

Le particelle solide richiederebbero migliaia di voli per essere distribuite gradualmente, minimizzando la formazione di nubi compatte. Nel caso dei gas come il biossido di zolfo bastano pochi lanci concentrati, mentre una polvere preziosa deve essere rilasciata in modo continuo e controllato.

Oltre al denaro, persiste l’incertezza sugli effetti remoti: non esistono precedenti che illustrino come reagirebbero ecosistemi e circolazioni atmosferiche dopo decenni di esposizione a cristalli di carbonio purissimo.

Per questo motivo molti climatologi indicano il biossido di zolfo – già emesso dai vulcani – come unico candidato da esaminare a fondo.

Lo schermo aereo ispirato ai vulcani

L’idea di disperdere aerosol riflettenti nasce dall’osservazione delle grandi eruzioni, in primis quella del Monte Pinatubo del 1991. In quell’occasione le ceneri sollevate nella stratosfera abbassarono la temperatura globale di circa 0,5 °C per più anni.

Replicare artificialmente quel meccanismo significherebbe spargere particelle minuscole tra 15 e 60 km di quota, così da aumentare l’albedo terrestre. Gli aerosol riflettono verso lo spazio una frazione della luce solare e, di conseguenza, affievoliscono il riscaldamento alla superficie.

La comunità scientifica riconosce che questa strategia resta un’arma di ultima istanza: i rischi non sono ancora quantificati con precisione e la riduzione delle emissioni di CO₂ rimane la via maestra.
Il diamante, con il suo costo vertiginoso, mostra quanto sia complesso passare dalla teoria alla pratica quando si tenta di intervenire su scala planetaria.

CONDIVIDI L'ARTICOLO