C’è un esperimento semplice, quasi da gioco, che però dice molto su come funziona la mente umana: l’effetto Bouba-Kiki. L’idea è questa: si mostrano due figure astratte, una fatta di curve morbide e rotonde, l’altra piena di angoli e punte. Poi si chiede di associare a ciascuna un nome inventato, “bouba” e “kiki”. Anche se non esiste una risposta “giusta”, le persone tendono a scegliere nello stesso modo, e questa regolarità ha incuriosito psicologi e neuroscienziati.
Come funziona l’esperimento e perché colpisce
Il fenomeno è diventato famoso dopo studi che lo hanno portato all’attenzione del grande pubblico: in molte prove, la maggioranza dei partecipanti assegna “bouba” alla forma tondeggiante e “kiki” a quella spigolosa. Non è un caso legato a una sola lingua o a un’unica cultura: risultati simili compaiono in contesti diversi.
E, ancora prima che si parlasse di Bouba-Kiki, c’erano osservazioni in questa direzione. Negli anni Venti, lo psicologo Wolfgang Köhler aveva notato che suoni come “maluma” finivano più spesso sulle forme arrotondate, mentre “takete” veniva associato con maggiore frequenza alle figure ricche di angoli. Cambiano le parole, resta la tendenza.
La spiegazione della fonetica
Una chiave utile arriva dalla fonetica, cioè da come i suoni vengono prodotti. “Bouba” richiede labbra che si arrotondano e movimenti della bocca fluidi; il suono, di riflesso, viene percepito come più “morbido”.
“Kiki”, invece, spinge su consonanti più secche e incisive, con una sensazione acustica più netta. Come se la voce, per come esce, suggerisse già una forma. È un collegamento implicito: non serve pensarci, il cervello “aggancia” due segnali diversi e li fa combaciare.
Le corrispondenze tra sensi e il ruolo del cervello
Queste associazioni vengono spesso descritte come corrispondenze cross-modali, cioè collegamenti spontanei tra informazioni provenienti da sensi differenti. In questo caso, suono e immagine “si parlano”. L’effetto Bouba-Kiki suggerisce che la percezione non è fatta di reparti separati, uno per la vista e uno per l’udito, che lavorano ognuno per conto proprio.
Al contrario, già nelle fasi iniziali, le informazioni vengono integrate: quello che si vede può influenzare come si interpreta un suono, e quello che si sente può orientare come si “legge” una forma. In mezzo ci sono reti neurali e connessioni tra aree uditive e visive, insieme a regioni dedicate alla percezione multisensoriale.
Dai disegni ai nomi: cosa cambia nella percezione
La cosa interessante è che queste associazioni non restano confinate alle figure astratte. Possono estendersi anche alle parole reali, e quindi ai nomi delle persone. Senza stabilire nulla sulla personalità, il suono di un nome può evocare impressioni: alcuni nomi, ricchi di vocali aperte o arrotondate, sembrano più accoglienti; altri, con consonanti più dure, possono apparire più energici o decisi.
È un effetto immediato, spesso inconsapevole, che riguarda il modo in cui un nome viene percepito da chi lo ascolta.
Il nome influenza davvero la personalità?
Da qui nasce una domanda quasi inevitabile: il nome può influenzare davvero chi lo porta? La risposta, sul piano scientifico, resta prudente. Non ci sono prove solide che colleghino in modo diretto i tratti caratteriali al nome in sé. In altre parole, non si diventa più “soffici” o più “spigolosi” perché ci si chiama in un certo modo.
A pesare sono soprattutto le esperienze, le relazioni, l’ambiente e i ricordi costruiti nel tempo. Il nome, semmai, può incidere sulle prime impressioni o sulle aspettative di chi ci incontra, ma non è una leva che modella il carattere.
In definitiva, l’effetto Bouba-Kiki è un promemoria: linguaggio e percezione emergono dall’interazione continua tra i sensi. E a volte basta una parola inventata, accostata a due disegni, per far emergere un modo sorprendentemente coerente con cui il cervello mette ordine nel mondo.

