Contare gli scimpanzé per proteggere meglio l’habitat: come si fa il censimento

scimpanzé

Stimare quanti scimpanzé vivono in una foresta africana è molto meno immediato di quanto sembri. Gli animali si spostano, la vegetazione nasconde i movimenti e un conteggio “a vista” rischia di essere incompleto. Per questo i ricercatori cercano indizi affidabili lasciati sul territorio, trasformandoli in dati utili per capire come cambia la popolazione nel tempo e come distribuire le risorse dedicate alla tutela.

I nidi sugli alberi come traccia della presenza

Per ottenere una stima credibile, in molte aree si parte da ciò che gli scimpanzé costruiscono per dormire. I loro “letti” sono nidi intrecciati tra i rami, fatti con foglie e rametti, e in genere ne viene realizzato uno ogni notte. Adrienne Chitayat, dell’Università di Amsterdam, ha spiegato che il conteggio dei nidi presenti in una porzione di foresta, unito alla valutazione della loro “età”, permette di avvicinarsi a un numero plausibile di individui.

Il punto chiave sta proprio nel distinguere tra nidi freschi e strutture più vecchie: se si considera soltanto la quantità totale, senza capire da quanto tempo sono lì, si rischia di leggere male la situazione. Collegando invece densità di nidi, frequenza di costruzione e degrado nel tempo, la stima diventa più solida e replicabile anche in campagne successive.

Dalla savana alla foresta i numeri cambiano con le risorse

L’analisi condotta nell’area protetta dei monti Mahale, in Tanzania, mette in evidenza quanto il contesto ambientale possa influire sulla presenza degli animali. Chitayat ha indicato che tra savana e foresta si osservano valori molto diversi: in alcune zone si scende fino a 0,23 individui per km², mentre dove le risorse risultano più abbondanti si può arrivare a 3,43 per km².

Questo tipo di informazione serve a leggere il territorio in modo più preciso: la popolazione non è distribuita in maniera uniforme e può concentrarsi nelle aree dove cibo e condizioni risultano più favorevoli. Avere una misura quantitativa, e non una sensazione generica, aiuta a impostare interventi di tutela più mirati, evitando di trattare come “equivalenti” luoghi che in realtà ospitano gruppi con dimensioni molto diverse.

Un rilevatore acustico con IA per seguire i richiami

Accanto al lavoro sul campo legato ai nidi, Chitayat ha messo a punto un rilevatore acustico basato su intelligenza artificiale, presentato nella sua tesi di dottorato. Il sistema lavora sui suoni registrati nella foresta e riconosce i richiami chiamati pant-hoot.

Secondo la ricercatrice, questi vocalizzi possono servire a più scopi: segnalare la presenza di risorse, aiutare i membri del gruppo a ritrovarsi, coordinare gli spostamenti e, in certi casi, comunicare altri aspetti. L’attenzione si è concentrata su questo tipo di richiamo perché è molto potente e viene usato per comunicare su lunghe distanze, quindi risulta tra i segnali più facili da intercettare con i registratori.

Il valore del sistema, nelle parole riportate indirettamente, sta nella possibilità di rendere più pratico un monitoraggio esteso nel tempo e di aprire la strada ad analisi ripetute, senza dover dipendere sempre e soltanto dalla presenza costante di squadre sul territorio.

CONDIVIDI L'ARTICOLO