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Addio alla ISS, nel 2030 il rientro metterà fine a un’era: come tornerà sulla Terra

Redazione Tech
Pubblicato il 09/11/2025
ISS

Compie 25 anni la Stazione spaziale internazionale (ISS), l’avamposto orbitale nato per unire scienza e cooperazione. Il primo tassello umano arrivò il 2 novembre 2000, quando attraccò l’equipaggio di Expedition 1: due cosmonauti russi e un astronauta statunitense inaugurarono una presenza che, nel tempo, ha dato ospitalità a centinaia di persone provenienti da più continenti.

Da quel momento la ricerca in microgravità è diventata una routine, con un flusso continuo di esperimenti su biologia, fisica dei materiali e osservazione del cosmo.

25 anni di ISS: un laboratorio condiviso che ha fatto scuola

Nel quarto di secolo trascorso, il panorama spaziale è cambiato parecchio. La Cina ha messo in orbita la Tiangong, una stazione indipendente che testimonia la crescita di nuovi protagonisti. In scena sono entrati con forza anche i privati: SpaceX, ad esempio, ha contribuito a rendere più frequenti i voli verso l’orbita bassa.

In questo contesto, la ISS ha continuato a svolgere il ruolo per cui era stata pensata: offrire un ambiente affidabile dove testare tecnologie, analizzare il comportamento della vita fuori dall’atmosfera e approfondire la conoscenza della materia.

Migliaia di attività sono state condotte in orbita, molte difficili da replicare a Terra, dimostrando come la stazione sia stata un simbolo di cooperazione tra paesi spesso distanti per interessi e visioni.

Un gigante che invecchia: come portarlo a fine vita

Con l’età, emergono i limiti. Tra attrazione gravitazionale e dispersioni d’aria, l’orbita si è abbassata, avvicinando la piattaforma alla superficie terrestre rispetto al passato. Le agenzie valutano come gestire la chiusura del programma, pur lavorando per estenderne l’operatività almeno fino al 2030.

Al termine di questo arco temporale, si prenderà una decisione: rientro controllato oppure nuove estensioni, se le condizioni lo consentiranno. L’ipotesi oggi più discussa prevede un rientro nell’Oceano Pacifico meridionale, in prossimità del Punto Nemo, area remota già utilizzata per far “posare” in sicurezza vari veicoli al termine della loro vita.

Quando la ISS scivolerà nel Pacifico, si chiuderà un capitolo dal valore fortemente simbolico: per 25 anni, americani e russi hanno lavorato spalla a spalla, mantenendo in attività un’infrastruttura che ha reso possibile una collaborazione rara.

Dopo la ISS: Luna, Marte e nuove stazioni

Mentre si ragiona sul tramonto dell’avamposto, lo sguardo resta rivolto avanti. Si progettano nuove piattaforme, tra cui una stazione in orbita attorno alla Luna, e si preparano missioni che puntano a Marte.

La discussione tocca anche il tema delle risorse economiche. Mantenere la ISS costa oltre 3 miliardi di dollari l’anno alla NASA, una cifra a cui si sommano gli investimenti delle altre agenzie. La costruzione dell’intero complesso ha richiesto circa 150 miliardi di dollari.

C’è chi sostiene che parte di questi fondi, in futuro, potrebbe essere destinata a progetti capaci di accorciare la distanza con gli altri pianeti del Sistema Solare. Un’idea che non cancella quanto fatto finora: l’esperienza maturata in orbita resta un capitale tecnico e umano, utile per tutto ciò che verrà.

Quindi, la ISS ha segnato una stagione irripetibile per numero di esperimenti, durata e collaborazione internazionale. Se il suo congedo è all’orizzonte, i semi piantati in questi anni continuano a germogliare: nuove stazioni, nuove rotte, nuove ambizioni.

L’eredità più importante è proprio questa continuità, costruita giorno dopo giorno da equipaggi, tecnici e ricercatori che hanno trasformato un progetto condiviso in un pezzo di storia dello spazio.

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