I campioni scuri raccolti su Ryugu, un asteroide distante centinaia di milioni di chilometri, hanno restituito un risultato che pesa molto nella ricerca sull’origine della vita. Gli studiosi hanno identificato tutte e cinque le nucleobasi che formano DNA e RNA: adenina, guanina, citosina, timina e uracile. Si tratta delle molecole che custodiscono e trasmettono le informazioni biologiche in ogni organismo vivente.
Il dato assume un valore particolare perché arriva da materiale extraterrestre rimasto integro, senza contatti con l’ambiente terrestre. Per questo motivo la scoperta offre un quadro più netto su come alcuni composti fondamentali della biologia possano nascere lontano dalla Terra e raggiungerla in una fase molto antica della sua storia.
L’alfabeto della vita compare su un asteroide puro
Lo studio completa un percorso iniziato negli anni scorsi, quando nei campioni di Ryugu era emersa soltanto una parte di questo quadro chimico. In precedenza gli esami avevano segnalato la presenza dell’uracile, mentre ora i ricercatori hanno confermato l’intero insieme delle cinque basi azotate canoniche. Il passaggio è importante perché consente di osservare in un solo corpo celeste tutti gli elementi principali che compongono il linguaggio molecolare della vita.
Le basi azotate rappresentano infatti la struttura di partenza delle molecole biologiche più note. Il loro ritrovamento in materiale non contaminato rafforza l’idea che questi composti possano formarsi anche in assenza di processi biologici.
In altre parole, una parte dei mattoni chimici necessari alla vita potrebbe essersi sviluppata nello spazio, prima ancora di arrivare sul nostro pianeta. Gli studiosi giapponesi coinvolti nella ricerca hanno quindi inserito un tassello decisivo in una questione aperta da molto tempo: capire se la chimica prebiotica sia un fenomeno limitato alla Terra oppure una realtà diffusa nel sistema solare.
I campioni sigillati fanno la differenza
Il valore dei risultati dipende molto dal modo in cui il materiale è stato raccolto. La missione Hayabusa-2, partita nel 2014, ha raggiunto l’asteroide e ha prelevato frammenti della sua superficie con una procedura studiata per ridurre ogni alterazione. La sonda ha colpito Ryugu con un proiettile di rame e ha convogliato i detriti in una camera a vuoto. Da lì sono arrivati sulla Terra 5,4 grammi di materiale originale, rientrati nel dicembre 2020.
Qui emerge il punto che distingue questi campioni dalle meteoriti recuperate a terra. Le rocce cadute sul nostro pianeta restano esposte all’aria, all’acqua, ai microrganismi e a molte altre fonti di modifica. I campioni di Ryugu, invece, sono arrivati in capsule sigillate, e questo ha eliminato il dubbio più pesante: quello della contaminazione terrestre. Di fatto, gli scienziati hanno potuto esaminare sostanze rimaste vicine al loro stato iniziale.
Questa purezza ha permesso di attribuire con maggiore sicurezza le molecole osservate all’ambiente originario dell’asteroide. Da qui nasce l’interesse per lo studio: non si tratta di semplici tracce sospette, ma di una composizione chimica letta in un materiale che conserva un forte legame con le prime fasi del sistema solare.
Bennu, ammoniaca e un’origine cosmica più credibile
Nel nuovo lavoro i ricercatori hanno confrontato due campioni distinti di Ryugu con altri materiali extraterrestri, tra cui le meteoriti Murchison e Orgueil e i campioni dell’asteroide Bennu. Il confronto ha mostrato che Ryugu possiede quantità quasi equivalenti di purine e pirimidine, cioè i due grandi gruppi chimici a cui appartengono le cinque nucleobasi. Gli altri campioni mostrano invece distribuzioni diverse.
Secondo gli studiosi, una possibile spiegazione riguarda i livelli di ammoniaca presenti nei corpi progenitori degli asteroidi. Questa sostanza avrebbe influenzato i processi chimici che portano alla formazione delle nucleobasi. Il legame osservato tra ammoniaca e proporzioni delle molecole potrebbe indicare un meccanismo ancora poco noto nei materiali primordiali del sistema solare.
Anche il confronto con Bennu aggiunge peso a questa lettura. Su quell’asteroide la quantità di composti della stessa famiglia risulta molto più alta, e accanto alle cinque basi azotate compaiono altre molecole come xantina, ipoxantina e vitamina B3. Il fatto che due asteroidi carboniosi diversi presentino sostanze simili suggerisce che questi composti non siano un’eccezione rara.
Gli stessi ricercatori invitano comunque alla cautela. La presenza di queste molecole non dimostra che la vita sia nata su Ryugu o su Bennu. Indica però che gli asteroidi primitivi possono produrre e conservare i precursori chimici della biologia. È questo il punto centrale: la Terra potrebbe aver ricevuto una parte dei suoi ingredienti essenziali dallo spazio, attraverso impatti avvenuti nelle sue epoche più antiche.

