Google ha rinnovato l’aspetto del suo Pixel 9a, rinunciando alla solita barra orizzontale per adottare un design più lineare. La molla di questa scelta non è stata la voglia di stupire con linee innovative, bensì il vincolo imposto dalla batteria da 5100 mAh, alloggiata in un corpo da 6,3 pollici. Per poter offrire tale capacità, è stato necessario ridurre quasi a filo il divario tra il vetro e la fotocamera, evitando ulteriori “scalini” che avrebbero reso il tutto più spesso o poco armonioso.
Crescita delle batterie: il caso Apple
La tendenza a potenziare le batterie non riguarda soltanto Google. Apple, nel suo iPhone 16e, ha parlato di maggiore autonomia grazie al modem C1, presentato come fulcro dell’efficienza energetica. In realtà, ciò che incide è la dimensione ampliata della batteria agli ioni di litio, pare più grande del 25% rispetto a modelli precedenti (come iPhone 13), come dimostrano vari teardown condotti da appassionati e laboratori.
È vero che un chip ben progettato incide sul consumo generale, ma un accumulatore dalle dimensioni generose fa la differenza nei test quotidiani. Questa inclinazione a inserire batterie più capienti si nota anche nei top di gamma da 6,7 pollici di altri produttori, ormai sempre più orientati a superare soglie che in passato sembravano improbabili, passando da 5000 mAh a valori come 5600, 6000 o addirittura 6200 mAh.
L’IA locale divora energia
Si guarda con grande interesse all’IA, che sempre più spesso viene collocata direttamente sugli smartphone, almeno per alcune funzioni. Oggi molte soluzioni di intelligenza artificiale si appoggiano al cloud: un centro di elaborazione remoto decisamente potente.
Il rovescio della medaglia è che le aziende fornitrici di chip e servizi cominciano a spingere su un sistema misto, dove parte del carico resta in locale. Qualcomm, per esempio, vuole processori più rapidi, e Apple Intelligence ha aperto la strada: si parla di modelli residenti in memoria, pronti a fornire risposte nel minor tempo possibile.
Il punto critico riguarda i consumi: un motore IA di tipo LLM utilizza la GPU, che è la componente più avida di risorse, e la spreme a fondo. Un rapido test con app come Private LLM, usando modelli Qwen, Gemma o LLama per un quarto d’ora, scalda lo smartphone e abbassa vistosamente la percentuale di carica.
Negli Stati Uniti, alcuni possessori di iPhone hanno lamentato cali consistenti quando si attivano funzioni di Apple Intelligence. Dalla beta di iOS 18.4, chi genera Genmoji o usa Image Playground osserva il livello di carica scendere più velocemente, e succede persino con Apple Silicon, considerato da molti il chip più efficiente della categoria.
Siri in locale e la battaglia sull’efficienza
La presenza di modelli IA nel dispositivo incide non solo sulle prestazioni, ma pure sull’autonomia. Grandi aziende come Apple devono conciliare la precisione delle risposte con la necessità di limitare i consumi.
Si vocifera che Siri in versione completa, capace di girare senza ricorrere sempre al cloud, sia in ritardo proprio perché manca un equilibrio: un set di parametri più ampio garantirebbe risposte migliori, però assorbirebbe più energia e impegnerebbe memoria aggiuntiva. Un sistema che risponde con rapidità, ma prosciuga la batteria in poche ore, serve a poco. Eppure, un assistente fiacco che si trascina in eterno su calcoli o genera risposte poco affidabili finirebbe per suscitare altrettanta insoddisfazione.
Per le aziende, puntare su batterie più grandi è un modo di prepararsi a esigenze che cresceranno rapidamente: l’IA locale richiede energia e la GPU, quando opera al massimo, ha bisogno di moltissima potenza. L’aumento di capacità della batteria è quindi una mossa difensiva, perché lo smartphone del futuro dovrà sostenere processi avanzati di calcolo che fino a pochi mesi fa erano confinati ai datacenter.
