C’è stato un tempo in cui il computer non si comandava con un gesto leggero su una superficie liscia, né con un dito appoggiato su un vetro. Serviva lui. Un piccolo oggetto grigio, spesso un po’ ingiallito, con due tasti, un filo e una pallina nascosta nella pancia.
Si chiamava mouse con la pallina. Per gli amici, topo. Per i nemici, “quel coso che non scorre più”. Oggi, nella rubrica “Le Interviste Impossibili” di ComputerWeek, abbiamo incontrato uno dei suoi ultimi rappresentanti: Pino Pallino, ex periferica da scrivania, oggi pensionato in un cassetto insieme a un cavo VGA, tre graffette e una gomma secca del 1998.
Pino si presenta con una certa dignità. La plastica mostra i segni del tempo, la rotellina centrale non c’è ancora, perché lui appartiene a un’epoca precedente, più ruvida, più meccanica. E nella parte inferiore, dove un tempo viveva la sua famosa sfera, resta una piccola apertura che sembra una bocca malinconica.
L’intervista
CW: Pino Pallino, grazie per aver accettato questa intervista. Come sta?
Pino Pallino: Come può stare un mouse con la pallina nel 2026? Ho qualche acciacco nei rulli, il tasto sinistro scricchiola quando cambia il tempo e soffro un po’ la polvere. Ma almeno nessuno mi sbatte più sul tappetino urlando: “Perché non vai a destra?”. A una certa età, il silenzio del cassetto diventa quasi elegante.
CW: Lei è stato uno dei protagonisti dell’informatica domestica. Se lo sente dire spesso?
Pino Pallino: Poco. Di solito si ricordano tutti del modem 56k, del rumore della connessione, dei floppy disk. Io invece stavo lì, sotto la mano di tutti, a fare il lavoro sporco. Letteralmente. Perché la pallina raccoglieva qualsiasi cosa: polvere, briciole, capelli, misteriosi residui da scrivania. E poi la colpa era sempre mia. Mai del tappetino sporco. Mai della merendina mangiata sopra la tastiera.
CW: Il suo soprannome è diventato famoso: “il mouse con la pallina”. Le piace?
Pino Pallino: Diciamo che non avevo molte alternative. I mouse moderni hanno sensori ottici, laser, DPI regolabili, lucine RGB, profili gaming, pulsanti laterali. Io avevo una sfera di gomma. Una. E con quella ho portato intere generazioni dentro Windows 95, Paint, Solitario e cartelle chiamate “Nuova cartella 2”. Chiamarla pallina è riduttivo. Era il mio cuore meccanico, anche se preferisco non usare troppo questa parola. Sono un dispositivo serio.
CW: Ci racconti com’era una giornata tipo sulla scrivania.
Pino Pallino: Si iniziava presto. Il proprietario accendeva il PC, il monitor faceva “tac”, poi compariva il desktop. Io ero già pronto sul tappetino, di solito con un paesaggio brutto stampato sopra o il logo di qualche azienda mai più vista. La mano arrivava senza delicatezza. Click, doppio click, trascinamenti lunghi. Poi partiva la navigazione. E lì era fatica vera: pagine lente, finestre che si aprivano da sole, banner lampeggianti. Io dovevo tenere la rotta mentre il cursore tremava come una zanzara ubriaca.
CW: Il cursore tremava per colpa sua?
Pino Pallino: Per colpa mia? Attenzione alle parole. Io traducevo il movimento. Se sotto avevo un tappetino con la consistenza di una fetta biscottata e dentro i rulli c’era una collezione geologica di polvere, cosa potevo fare? Eppure sentivo sempre la stessa frase: “Questo mouse è rotto”. Rotto? No. Esausto.
CW: Il momento della pulizia era tanto frequente?
Pino Pallino: Ogni settimana, quando andava bene. Qualcuno mi girava, apriva lo sportellino sotto e tirava fuori la pallina come se stesse disinnescando una bomba. Poi iniziava il rituale: soffi, cotton fioc, unghie sui rulli, fazzoletti. Alcuni usavano metodi discutibili. Ho visto alcol, stuzzicadenti, aria compressa, perfino una pinzetta da sopracciglia. Una volta una signora mi ha pulito con il bordo della tessera del videonoleggio. Altro che manutenzione: sembrava archeologia industriale.
CW: Lei ha sofferto?
Pino Pallino: Moltissimo. Ma con compostezza. La pallina veniva rimessa dentro e per qualche minuto tornavo fluido. Era bello. Il cursore scivolava sullo schermo, le finestre si aprivano al primo colpo, il doppio click aveva un suono pieno. Poi arrivava la prima briciola. E il destino ricominciava.
CW: Quando ha capito che il mondo stava cambiando?
Pino Pallino: Il giorno in cui sulla scrivania è arrivato un mouse ottico. Nero, lucido, senza pallina. Guardava tutti dall’alto in basso, anche se era più basso di me. Sotto aveva una lucina rossa e si muoveva con un’arroganza insopportabile. “Io non mi sporco”, sembrava dire. “Io leggo la superficie”. Capirai. Un topo che legge. Ai miei tempi si rotolava, si faticava, si faceva contatto con la realtà.
CW: È stato un tradimento?
Pino Pallino: Certo. Mi pulivano ogni settimana, poi mi hanno tradito con il laser. Senza neanche una riunione di famiglia. Un giorno ero sulla scrivania, il giorno dopo nel cassetto. Nessun preavviso, nessuna pensione, nessun tappetino commemorativo. Mi hanno messo vicino a un CD di installazione di una stampante e a un adattatore misterioso. È così che finisce una carriera: tra oggetti che nessuno osa buttare perché “potrebbero servire”.
CW: Ha mai provato invidia per i mouse moderni?
Pino Pallino: Invidia no. Fastidio, semmai. Sono tutti troppo sicuri di sé. Hanno sensori precisissimi, scorrono su quasi ogni superficie, alcuni pesano meno di una penna e vengono venduti come se fossero auto sportive. Poi basta un aggiornamento dei driver e iniziano a fare i capricci. Io invece funzionavo sempre, finché qualcuno si ricordava di pulirmi. E senza software proprietari, senza app, senza profili cloud. Avevo due tasti e una dignità.
CW: I mouse da gaming, con luci e tanti pulsanti, che effetto le fanno?
Pino Pallino: Mi sembrano piccoli alberi di Natale nervosi. Tutti illuminati, tutti aggressivi. “8.000 DPI”, “12 pulsanti programmabili”, “latenza bassissima”. Bene. Io con due tasti ho fatto disegnare case su Paint, chiudere finestre bloccate, giocare a Campo Minato, aprire file di scuola, trascinare icone nel cestino. Meno spettacolo, più sostanza.
CW: C’è qualcosa che rimpiange della vecchia informatica?
Pino Pallino: Il tempo. Tutto era più lento, certo, ma si capiva meglio il peso delle cose. Un file copiato richiedeva attesa. Una pagina caricata era un piccolo evento. Il computer faceva rumore, il monitor occupava mezza scrivania, la stampante sembrava un trattore. E io ero lì, in mezzo a quel piccolo teatro domestico. Oggi tutto è immediato, sottile, silenzioso. Troppo silenzioso. Persino il click, a volte, sembra in imbarazzo.
CW: Lei è stato usato da studenti, impiegati, famiglie. Quale categoria era la più difficile?
Pino Pallino: Gli studenti con le mani sporche di patatine. Senza dubbio. Poi gli impiegati nervosi, quelli che facevano doppio click anche quando bastava un click solo. Un disastro. C’erano persone convinte che premere più forte servisse a far aprire prima un programma. Mi hanno schiacciato come se dovessi confessare qualcosa.
CW: E i più piccoli?
Pino Pallino: I più piccoli mi capivano. Mi facevano correre troppo, mi giravano al contrario, ma almeno avevano curiosità. Alcuni aprivano lo sportellino solo per vedere la pallina. Mi trattavano come un giocattolo tecnologico. In un certo senso lo ero. Un oggetto semplice, visibile, quasi comprensibile. Dentro di me si vedeva la meccanica. Oggi molte cose funzionano e basta. Non si capisce più dove accade la magia.
CW: C’è un episodio che ricorda con particolare orgoglio?
Pino Pallino: Una presentazione scolastica salvata all’ultimo minuto. Il computer era lento, il file sembrava sparito. Io ho guidato la mano tra cartelle, sottocartelle, “Documenti”, “Compiti”, “Versione finale”, “Versione finale vera”. Alla fine abbiamo trovato il file giusto. Il ragazzo prese 8. Nessuno ringraziò il mouse. Come sempre.
CW: E il momento più umiliante?
Pino Pallino: Essere battuto sul tavolo. Una pratica barbara. Quando il cursore non rispondeva, invece di pulirmi, qualcuno mi sollevava e mi dava due colpi secchi sulla scrivania. Come se fossi un telecomando con le pile scariche. Una volta mi è uscita la pallina. È rotolata sotto il mobile. Tre giorni senza sfera. Tre giorni da soprammobile.
CW: Com’era il rapporto con la tastiera?
Pino Pallino: Complicato. Lei si dava molte arie perché aveva tutte le lettere, i numeri, i tasti funzione. Diceva sempre: “Senza di me non scrivono”. Vero. Ma senza di me non arrivavano neppure al documento. Io ero il collegamento tra intenzione e azione. La tastiera era la voce. Io ero il gesto. Poi, certo, lei aveva il tasto Invio e questa cosa la rendeva insopportabile.
CW: E con il monitor?
Pino Pallino: Il monitor CRT era un gigante. Pesante, caldo, autoritario. Mi guardava dall’alto e ogni tanto sfarfallava per ricordare a tutti chi comandava. Aveva un fascino da televisore serio. I monitor piatti sono più eleganti, ma meno drammatici. Un CRT spento sembrava dire: “La giornata è finita”. Un monitor moderno va solo in standby, come uno che finge di dormire.
CW: Oggi molti usano touchpad e schermi touch. Cosa ne pensa?
Pino Pallino: Il touchpad è un mouse che ha perso il coraggio. Sta lì, piatto, integrato, senza personalità. Lo schermo touch invece mi inquieta: la gente mette le dita direttamente sulle icone. Ai miei tempi c’era una mediazione. Io ero il tramite. Ora toccano tutto. È una società troppo diretta.
CW: Si sente un oggetto superato?
Pino Pallino: Superato sì, inutile no. C’è differenza. Gli oggetti superati raccontano come siamo arrivati fin qui. Io spiego un’epoca in cui la tecnologia era più fisica. Per far muovere una freccia su uno schermo serviva una pallina che girava, due rulli, un piano abbastanza pulito e un po’ di pazienza. Non era perfetto, ma era comprensibile. E a volte la comprensione vale più della perfezione.
CW: Che cosa direbbe a chi oggi trova un vecchio mouse con la pallina in soffitta?
Pino Pallino: Prima cosa: non buttarlo subito. Guardalo. Giralo. Apri lo sportellino sotto, se ancora si può. Dentro c’è una piccola lezione di informatica meccanica. Poi, se proprio devi eliminarlo, fallo con rispetto. Niente sacchetti anonimi. Almeno una frase: “Grazie per tutti i doppio click”. Sarebbe già qualcosa.
CW: Le piacerebbe tornare in servizio?
Pino Pallino: Per un giorno sì. Vorrei rivedere un desktop, aprire una cartella, selezionare un’icona, magari disegnare una linea storta su Paint. Senza pretese. Poi tornerei nel cassetto. A una certa età bisogna saper uscire di scena, ma con il cavo ancora avvolto bene.
CW: Ha mai pensato di aggiornarsi? Magari diventare wireless?
Pino Pallino: Wireless? Io? No, grazie. Il filo era il mio legame con il mondo. Mi dava identità. Certo, a volte si incastrava dietro la scrivania, raccoglieva polvere e tirava da una parte. Ma era una presenza. I mouse senza fili vivono nell’ansia della batteria. Io avevo problemi più concreti: la pallina sporca e il tappetino consumato.
CW: Qual è il più grande equivoco sui mouse con la pallina?
Pino Pallino: Che fossimo imprecisi per natura. Falso. Eravamo precisi quando il contesto era dignitoso. Un buon tappetino, una pulizia regolare, una mano non troppo violenta: e il cursore andava dove doveva andare. Il problema era la trascuratezza umana. Ma l’uomo, davanti alla tecnologia, preferisce sempre accusare l’oggetto.
CW: Pino, una domanda personale: la sua pallina dov’è oggi?
Pino Pallino: Qui con me. Ogni tanto la tiro fuori e la guardo. È un po’ lucida, con qualche segno. Una sfera piccola, ma ha viaggiato più di molte persone: da un lato all’altro della scrivania, per anni. Ha attraversato fogli, tazze, portacenere, dizionari, bollette, custodie di CD. Ha mosso il cursore dentro vite intere.
CW: La commuove?
Pino Pallino: Mi rende meccanicamente riflessivo.
CW: Bella definizione.
Pino Pallino: Grazie. L’ho preparata ieri sera nel cassetto.
CW: Per chiudere, cosa pensa del futuro dei dispositivi di controllo?
Pino Pallino: Saranno sempre più invisibili. Comandi vocali, gesti nell’aria, intelligenze artificiali che anticipano ciò che vuoi fare. Un giorno forse il cursore sparirà, e nessuno si ricorderà della freccia bianca che correva sullo schermo. Io non ho paura del futuro. Mi dispiace solo quando il progresso cancella il tatto, il rumore, la piccola fatica degli oggetti. Anche un click racconta qualcosa, se lo si ascolta.
CW: Ultima frase per i lettori di ComputerWeek.
Pino Pallino: Pulite la memoria, certo. Aggiornate i sistemi. Comprate pure mouse moderni, ergonomici, silenziosi, intelligenti. Ma ogni tanto ricordatevi di noi, vecchi mouse con la pallina. Eravamo lenti a modo nostro, sporchi quando serviva, testardi quasi sempre. Eppure, senza di noi, molti non avrebbero mai imparato a puntare, cliccare e sbagliare cartella con tanta convinzione.
Pino Pallino tace. Dal cassetto arriva un rumore leggero: forse un vecchio cavo che si sposta, forse la pallina che rotola piano. O forse è solo nostalgia hardware, quella che non fa rumore finché qualcuno non apre una scatola e ritrova un oggetto che sembrava inutile.
Poi lo sportellino si richiude.
Click.

