Con l’inizio del 2025, chi ancora dipende da servizi ADSL o combinazioni ibride tra fibra e rame si troverà a fronteggiare un sensibile ritocco verso l’alto dei costi. Un emendamento alla Legge di Bilancio, depositato in Parlamento da un esponente di maggioranza, intende applicare un aumento del 10% sui canoni basati su infrastrutture ormai considerate datate.
L’iniziativa punta a convogliare risorse su un fondo dedicato al passaggio verso l’ultra-banda, nel quadro della trasformazione digitale che interessa l’intero Paese. Se da un lato la misura ambisce a velocizzare il superamento delle tecnologie obsolete, dall’altro alimenta forti contestazioni fra consumatori, operatori e provider.
La nuova imposta e le ragioni dietro l’iniziativa
Il testo approvato in Commissione prevede che gli abbonamenti collegati a reti in rame, a partire da gennaio 2025, subiscano un incremento del 10%. Questo contributo aggiuntivo verrebbe destinato interamente a un fondo centralizzato, pensato per agevolare l’abbandono delle soluzioni a bassa capacità a favore di connessioni più potenti.
L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni è spostare almeno la metà degli utenti verso tecnologie in grado di erogare una qualità del servizio nettamente superiore entro il 2026, per arrivare a una copertura completa nel decennio successivo.
La strategia governativa punta a sostenere gli investimenti delle imprese del settore, stimolando la graduale scomparsa del vecchio rame a vantaggio della fibra ottica avanzata. Si tratta di una svolta che intende ridurre la presenza di linee rallentate, garantendo standard all’altezza delle sfide della digitalizzazione, ma solleva perplessità sulla ripartizione dei costi e sui reali benefici per gli utenti finali. Il balzello, infatti, rischia di trasferire sugli abbonati una parte notevole dei finanziamenti necessari al potenziamento dell’infrastruttura.
Reazioni, controversie e dubbi sulla neutralità del fondo
Le associazioni a tutela dei consumatori hanno espresso forte contrarietà di fronte a questo scenario. Da fonti vicine a Federconsumatori emerge che il provvedimento appare del tutto “inaccettabile”, poiché trasformerebbe la necessaria accelerazione dei piani digitali in un aggravio rilevante di spesa per privati e imprese.
La stessa organizzazione ritiene che ci si trovi di fronte a una vera e propria tassa nascosta, concepita per incidere sul bilancio economico dei cittadini e, indirettamente, scatenare effetti a catena sui listini generali. Da questo punto di vista, si chiede con forza un intervento del Governo per rivedere o eliminare l’emendamento.
Analoghe posizioni critiche provengono anche dall’Associazione italiana internet provider, che descrive il percorso di migrazione forzata verso la fibra come eccessivamente frettoloso. Secondo quanto riferito da Aiip, un simile stravolgimento del mercato potrebbe introdurre pesanti squilibri tra gli operatori e rallentare uno sviluppo equilibrato dell’intero comparto. Inoltre, viene sottolineato come non si siano considerate fino in fondo le difficoltà strutturali sul territorio, a partire dalla disponibilità limitata di personale specializzato per la posa di nuove linee.
Un ulteriore timore riguarda la neutralità del fondo, a causa della presenza di un unico soggetto proprietario della rete in rame su vasta scala. Queste valutazioni accrescono le tensioni tra chi promuove l’avanzamento tecnologico e chi teme di assistere a interventi poco trasparenti, causando divisioni all’interno del mercato delle telecomunicazioni e frustrazione tra gli utenti costretti a subire incrementi tariffari.

